L’antropomorfismo è la tendenza della specie umana ad attribuire aspetto, emozioni e intenzioni umani a figure non umane. La personificazione con forme e caratteristiche umane può essere attribuita a esseri immaginari, animali, cose e anche a concetti astratti, come le nazioni, o forze naturali, come la stagioni e il tempo. Secondo alcuni studiosi si tratta di una tendenza innata della psicologia umana.
La personificazione e l’attribuzione dell’antropomorfismo sono fenomeni antichi che si sviluppano come mezzi artistici e di narrazione. La maggior parte delle culture umane presenta racconti tradizionali con animali antropomorfizzati come personaggi. Ancora oggi tantissime persone attribuiscono emozioni umane e tratti comportamentali agli animali selvatici e a quelli addomesticati.

Nel campo dell’Intelligenza Artificiale l’antropomorfismo si manifesta nella tendenza ad attribuire a una IA, in particolare a un chatbot, qualità o caratteristiche simili a quelle umane. Si tratta di un topos comune nella fantascienza, in cui un computer o un robot artificialmente intelligente spesso prova comunque spontaneamente tali emozioni: accade, ad esempio, in Matrix con l’agente Smith – che è “disgustato” dall’umanità – o con Rick Deckard in Blade Runner – personaggio che non solo si confronta con androidi “difettosi” che provano emozioni, come Rachel e Roy Batty, ma che forse è egli stesso un androide.
In ogni caso l’uso consapevole di una metafora antropomorfa nell’informatica non è intrinsecamente inopportuno, poiché ci può aiutare a far comprendere meglio quali processi avvengono all’interno della macchina. Ad esempio, la maggior parte della terminologia tecnologica deriva da metafore antropomorfiche: i computer possono “leggere”, “scrivere” o “essere infettati da un virus”. Tuttavia un uso inappropriato di queste metafore, magari a scopo sensazionalistico, può generare false convinzioni sul comportamento dei computer.